Il Sole 24 ore 5.11.03

 

ENTI LOCALI, SALE IL DEBITO

Prestiti bancari e bond a quota 46 miliardi

Oggi il decretone alla Camera - In arrivo l'assicurazione obbligatoria per le calamità

 

Un fiume da fermare

Di Roberto Napoletano

C’ è un debito pubblico "nascosto" che scorre come un fiume in piena da un capo all'altro del Bel Paese, attraversa rocche, piccoli e grandi municipi, si ingrossa tra un palazzo e l'altro del potere regionale.

La lunghezza e lo spessore di questa specie di fiume carsico che scava crepe nelle pareti dei nostri conti pubblici (come si dimostra a pag, 3), misura, al centimetro, l’entità della nuova, grande e irrisolta questione liberale italiana.

Qui non si tratta di stilare manifesti o lanciare sfide liberiste, ma di mettere la tutela sostanziale della libertà dei cittadini al centro della propria azione di governo.

Non è possibile che la presenza di un vincolo esterno europeo sul deficít costringa a ogni genere di sforzo in sede nazionale, mentre le maglie più larghe sul debito aprano varchi alle rendite in periferia.

É ovvio, e ne siamo ben consapevoli, che non si può generalizzare; ma è altrettanto ovvio che appare quanto meno paradossale che un governo, come quello guidato da Berlusconi, che si dichiara liberale, debba porre la fiducia non per aprire al mercato da domani (anzi da ieri) pezzi importanti dell'economia gestiti direttamente da municipi e enti pubblici, ma viceversa per consolidare quasi all'infinito la gestione di tali rendite.

Semplificare la pubblica amministrazione e renderla davvero trasparente. Varare una legge fallimentare che svincoli dal "giogo" obliquo delle burocrazie del diritto il destino delle aziende recuperando margini reali di serietà e agibilità per banche e imprese.

Sottrarre alle nuove "potestà" del territorio, di destra e di sinistra, il mercato dei servizi pubblici locali uscendo dalla palude degli affidamenti diretti per mettere tutti in concorrenza attraverso strumenti come gare pubbliche, aste competitive al migliore offerente.

Fare queste tre cose non costa niente, non c'è bisogno di "benestari" europei. Permette di risparmiare, non di aumentare la spesa. Se si indugia tanto, però, una ragione ci deve essere: fare le riforme liberali ha un costo politico, mette a dura prova il tasso di coesione della coalizione di governo, fa emergere le contraddizioni di una maggioranza stabilmente vacillante.

C'è una trilogia tipicamente italiana - spesa pubblica, indebitamento, inefficienza - che è all'origine della nostra anomalia in Europa e rappresenta il frutto di decenni in cui si è largheggiato con i capitali statali presi a prestito.

É bene aprire in fretta tutti gli occhi possibili per evitare che qualcosa di simile, con gli squilibri e le differenziazioni del caso si ripeta oggi su scala locale alla voce debiti e tariffe.

E non si vede una sola ragione seria al mondo perché un governo con una così ampia platea di consensi parlamentari, che è comunque riuscito a varare riforme difficili come quelle del mercato del lavoro, del diritto societario e della scuola e si appresta ad affrontare il nodo delicatissimo delle pensioni, debba rinunciare in partenza a giocare la più classica delle parti te liberali.

Nessun accomo damento tra alleati, artifizio o calcolo elettorale può valere un simile sacrificio.

R0BERT0 NAPOLETANO

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IN PRIMO PIANO

CONTI E DECENTRAMENTO

Lo Stato frena la sua esposizione, mentre le autonomie, secondo stime attendibili, sono vicini al 9,5% del PIL

Debito "locale" verso quota 120 miliardi

Crescono i prestiti bancari, le obbligazioni e i mutui della Cassa depositi

 

ROMA Il debito pubblico italiano è calato in rapporto al Pil negli ultimi sette anni, di anno in anno.

In netta controtendenza, dal 1996 e con la stessa puntualità annuale, il debito degli enti territoriali è salito rispetto al Pil nazionale.

Lo stock dell'esposizione debitoria di Comuni, Regioni e Province (verso sistema bancario, mercato dei capitali e anche verso lo Stato tramite i mutui della Cassa depositi e prestiti) orbiterebbe attorno ai 120 miliardi di euro, pari al 9,5% del Prodotto interno nazionale, secondo stime attendibili che tengono conto anche dei mutui della Cdp a carico dello Stato.

Sarà a causa del decentramento galoppante, della spesa sanitaria, delle maglie larghe del Patto di stabilità interno.

Fatto sta che lo stock del debito di Comuni, Province e Regioni - con le dovute virtuose eccezioni lievita. Mentre quello dello Stato centrale, sia pur a fatica, cala.

Che il debito degli enti territoriali stia aumentando da tempo è un dato di fatto: emerge nelle statistiche della Banca d'Italia, che fa il quadro dei prestiti bancari e obbligazionari, e della Corte dei conti, la quale tiene conto anche dei mutui Cassa depositi e prestiti, Credito sportivo e Inpdap (insomma lo Stato che finanzia se stesso).

Per la Corte dei Conti, per esempio, il debito totale regionale è salito dai 12,9 miliardi del 1998 ai 27,4 miliardi del 2002: decisiva la voce "sanità".

Richard Morawetz, direttore responsabile della ricerca sul credito nel settore pubblico alla Abn Amro, sottolinea come nel 2002 il debito delle amministrazioni locali sia cresciuto del 13% a 46,4 miliardi di euro contro i 40,9 miliardi del 2002; citando "dati della Banca d'Italia che non tengono conto del debito garantito": il rapporto debito locale/Pil è lievitato dal 2,3 del 1996 al 3% del 1999, al 3,4 nel 2001 e al 3,7% del 2002.

I prestiti obbligazionari, sottolinea Morawetz, nel 2002 sono il 31,2% sul totale delle fonti di raccolta (contro l'1,2% del '96 e il 18,4% del 2000).

Eppure per stabilire con esattezza le dimensioni dell'esposizione debitoria degli enti territoriali non esistono sistemi di calcolo riconosciuti da tutti. "Nessuno sa con precisione a quanto ammonti effettivamente il debito degli enti locali", afferma con convinzione un esponente dell'Anci.

In verità, la Ragioneria dello Stato deve fare i conti con informazioni carenti. Vittorio Grilli, Ragioniere generale dello Stato, di recente ha denunciato il fatto alla commissione Bilancio del Senato: sui dati relativi al ricorso all'indebitamento bancario da parte degli enti decentrati, ha detto, vengono applicati "stranamente", da parte della Banca d'Italia, "criteri di riservatezza" per cui "noi stessi come ministero del Tesoro non riusciamo ad averli".

Via XX Settembre ha allestito da poco più di un anno un sistema per raccogliere informazioni e creare una banca dati aggiornata in tempo reale sul debito "periferico": i Comuni principali hanno iniziato a compilare i moduli come richiesto, segnalando i mutui (non Cdp) con tanto di strumenti derivati. Ma questo monitoraggio è appena iniziato.

I calcoli si complicano quando si vuole tener conto della consistenza dei mutui contratti da enti locali e Regioni presso la Cassa depositi e prestiti, che nel 2002 ammontavano rispettivamente a 52,295 e 21,424 miliardi di euro.

Una grossa fetta di questi 73 miliardi, ovvero 28 miliardi, è direttamente a carico dello Stato in quanto, soprattutto in passato, gli enti locali si sono giovati per i mutui della Cdp dell'intervento totale o parziale dello Stato.

Pur trattandosi tecnicamente dello Stato centrale che finanzia se stesso localmente, è in pratica un debito periferico e dunque il debito attribuibile agli enti territoriali tocca quota 120 miliardi di euro.

Gli esperti di Fitch, Moody e S&P, che continuano a sfornare rating su Comuni, Province e Regioni (oltre un'ottantina di voti in circolazione) effettuano di continuo un rigoroso monitoraggio del debito delle amministrazioni locali, che "sarebbe accelerato negli ultimi due, tre anni".

Ne sanno qualcosa la Regione Lazio (declassata da Aa3 a Al) e anche Friuli Venezia Giulia, Bologna, Brescia, Firenze, Milano, Venezia tutti con outlook negativo.

La crescita del debito però non provoca automaticamente il calo del rating: il voto tiene conto di molti altri fattori (flessibilità delle entrate, liquidità, capacità del management).

Intanto però i mutui presso la Cdp sono saliti. Sono aumentati fino al 200% anno su anno i collocamenti obbligazionari, soprattutto quelli di emittenti regionali.

Si è verificato un maggiore ricorso al tradizionale prestito bancario, agli strumenti derivati con upfront fuori bilancio.

Il tutto nella cornice del Patto di stabilità interno che non pone vincoli con obblighi di ferro sul rapporto debito/Pil come sul contenimento del disavanzo tra entrate correnti e spese correnti.

Gli enti locali possono contrarre debito per finanziare investimenti, sostenere sviluppo ed economia.

Il Patto di stabilità premia chi taglia il debito/Pil del 10% in cinque anni, consentendo di estinguere anticipatamente i mutui Cdp senza multe. Evidentemente, la carota non basta.

ISABELLA BUFACCHI

 

 

E il sindaco va allo sportello

MILANO a Cresce la consistenza del debito degli enti locali, ma quasi il 90% delle somme è destinato a finanziare investimenti e solo una minima parte invece va a coprire quote di spesa corrente in virtù di deroghe concesse dalla legge al divieto generalizzato di tale pratica.

I mutui e i prestiti sono passati da 31.921 milioni di euro del 2000 a 33.561 milioni nel 2001 e a 34.997 milioni nel 2002, con un aumento nell'ultimo anno pari al 4,27 per cento.

Il rapporto del debito con il Pil mostra dunque un lieve incremento: 2,73% nel 2000, 2,75% nel 2001 e 2,78% nel 2002.

Tra i tipi di ricorso ai mercati finanziari la forma prevalente è quella dei mutui e prestiti. Nel 2002 hanno coperto l'86% del debito per le Province e il 90% per i Comuni.

Seguono in ordine di grandezza le emissioni di prestiti obbligazionari (10,6% nelle Province e 8,7% nei Comuni).

Ma la vera novità degli ultimi anni riguarda la provenienza dei mutui e prestiti. Cala il ruolo della Cassa depositi e prestiti che nel 2002 ha coperto il 62,11% del totale della raccolta. Cresce il ricorso agli istituti del sistema bancario che oggi forniscono il 34,3% delle risorse. Marginale il ruolo dei finanziamenti Inpdap, ormai ad esaurimento, e dell'Istituto per il credito sportivo.

Quanto alla finalizzazione dei mutui, nel 2002 quelli destinati a spese di parte corrente costituiscono solo il 4,24% del totale degli enti del Nordest, il 2,1% in quelli del Centro, il 4,89% nel Sud e il 2,26% nelle Isole.

Unico caso diverso è il Nord-ovest dove i mutui e prestiti "per altri scopi" tocca il 36,06% a causa delle operazioni di ripiano dei disavanzi delle aziende di trasporto (come previsto dalla legge sulle deroghe).

Il quadro della situazione è fornito da un'indagine della Corte dei conti sui bilanci di 79 Province e 862 Comuni oltre gli 8mila abitanti.

Un test significativo in quanto rappresenta, come popolazione e volume di movimenti finanziari, la stragrande parte della finanza territoriale.

Il ruolo della Cassa depositi e prestiti. Alla vigilia della riforma della Cassa, il minor peso dell'istituto di via Goito è un fatto del quale tenere conto.

L'incidenza della componente enti locali nella concessione dei mutui ordinari è scesa dal 93% del 1997 al 55% del 2001 al 50% del 2002.

La diminuzione, anche in valore assoluto, delle nuove concessioni segna per la prima volta nel 2002 un'inversione di tendenza che riduce del 7% la consistenza dei finanziamenti erogati agli enti locali, a fronte di mutui ordinari totali che aumentano dell' 1,5 per cento.

Nel complesso lo scorso anno le Province e i Comuni hanno presentato uno stock del debito di 31.320 milioni di euro così distribuiti: il 30,86% al Nord-ovest, il 16,67% al Nord-est, il33,12% al Centro, il 13,83% al Sud e il 5,52% alle Isole.

Valori pressoché identici a quelli registrati nel 2001. Va ricordato, in ogni confronto, che per la Corte dei conti nel Nord-est non è considerato il Trentino Alto Adige, ma l'Emilia Romagna.

La regione i cui enti locali hanno il maggiore stock di debiti è il Lazio (7.176 min E) che assorbe quasi il 23% del totale. Segue la Lombardia (5.496 min) con il 18 per cento. In sostanza queste due regioni risucchiano più dei quattro decimi delle risorse.

Il peso della Cassa depositi e prestiti resta ancora il più elevato con 19.454,6 mln circa. Interessante notare il riparto territoriale dei finanziamenti della Cassa.

Le quote superiori al dato complessivo si riscontrano nel Nord est (18,45%), nel Sud (19,70%) e nelle Isole (7,56). Lazio e Lombardia sono le aree che la fanno da padrone assorbendo il 30% delle risorse.

L'apporto delle banche. Dopo la liberalizzazione dell'accesso, il sistema bancario è divenuto progressivamente più rilevante. La consistenza finale dei debiti con le banche è pari a 10.754 milioni. Di questi la quota maggiore in assoluto è appannaggio del Nord-ovest. Piemonte, Liguria e Lombardia hanno una debito complessivo di 4.459 milioni, pari al 41,47% del totale.

Più della metà (quasi 2,6 miliardi, il 24,12% del totale nazionale) è assorbito dalla sola Lombardia,

In seconda posizione c'è il Centro. Oltre 4.396 milioni (il 40,88% del totale nazionale) e tra le quattro regioni è il Lazio a fare la parte del leone con 3.638 milioni pari a quasi il 34% del complesso di risorse nazionali.

Molto, ma molto modesto il ricorso al sistema bancario da parte degli enti locali del Mezzogiorno con appena 316 milioni nel Sud e 194 nelle Isole. Nel Nord-est, dove certo il sistema bancario non è di minor peso sul mercato creditizio, Province e Comuni hanno assorbito poco meno del 13% del totale delle risorse per oltre 1.378 milioni.

MARINO Massaro

 

Giovedì 6 Novembre 2003 - N. 304

 

IN PRIMO PIANO FINANZA LOCALE

Domenici difende i Comuni - Il 90% delle somme raccolte è destinato allo sviluppo

NON SIAMO SPRECONI, NOI INVESTIAMO

"Pronti a discutere nuove modalità di cooperazione con i privati nei servizi pubblici, ma salvaguardiamo il nostro patrimonio industriale

FIRENZE I Comuni non ci stanno ad essere considerati scialacquatori del denaro pubblico. E non hanno i conti in rosso. I debiti infatti sono dovuti solo agli investimenti in servizi e opere pubbliche.

Non c'è alcun allarme e pertanto non si vede per quale motivo le amministrazioni debbano svendere il patrimonio delle loro imprese pubbliche locali.

Leonardo Domenici, sindaco di Firenze e presidente dell'Anci, non contesta le cifre relative ai livello di indebitamento delle Amministrazioni locali rivelate ieri dal "Sole-24 Ore" (120 miliardi di euro; ossia il 9,5% del Pil, il totale del debito nei confronti di mercato, banche e Stato).

Fornisce però una diversa chiave di lettura dei dati. "Prima di tutto - afferma - bisogna sottolineare che il 90% delle somme è stato destinato a investimenti.

E se è vero che l'ammontare complessivo del debito dei Comuni nel 2002 rispetto al 1999 è salito da 47.381 milioni di euro a 52.2950 milioni, è altrettanto vero che è salito complessivamente solo del 10% mentre quello delle Regioni presenta un balzo in avanti del 40 per cento.

Il nostro debito sale perché siamo il comparto della Pubblica amministrazione che investe di più, come ha riconosciuto la Confindustria nella relazione annuale.

Presentare la crescita del debito locale senza vederne la relazione con la funzione anticiclica dei nostri investimenti, di aiuto all'economia, non ci fa vedere la questione fondamentale".

Ma tutti questi investimenti sono effettivamente "produttivi"? Non c'è il rischio che molti di essi siano relativi ad opere superflue, emblema di quella finanza allegra che ha caratterizzato il passato?

In Italia ci sono migliaia di Comuni. Non posso sottoscrivere tutte le operazioni di investimento fatte. Ognuno risponde davanti ai propri cittadini e agli elettori delle scelte che compie. Sul piano generale tuttavia, va detto che nel corso degli ultimi 7, 8 anni i Comuni hanno dato un contributo fondamentale al contenimento del debito e alla razionalizzazione della spesa. Noi, per di più, sottostiamo a regole molto precise, a un patto di stabilità severo. Anzi adesso, si tratta di vedere se (come sembra) si vorrà estendere il patto anche agli investimenti locali. Questo potrebbe anche essere accettabile se le autonomie potessero utilizzare, almeno in parte, le stesse leve che può usare lo Stato. Due esempi per capire. Lo Stato può fare le cartolarizzazioni. Evidentemente non ci sono le condizioni perché operazioni del genere possano essere fatte. autonomamente dagli enti locali. Lo Stato inoltre può usare le plusvalenze da alienazioni per la spesa corrente Questo non ci è consentito.

Tuttavia il debito degli enti locali si riverbera sui conti pubblici nazionali.

Vero, ma bisogna dire che lo Stato non garantisce più i mutui degli enti locali da diversi anni. Man mano che si estinguono i vecchi mutui garantiti, lo Stato risparmia un sacco di bei quattrini.

Fare un paragone tra l'indebitamento dello Stato e quello dei Comuni è un errore paragoniamo due realtà completamente differenti.

È chiaro che la spesa in conto capitale dello Stato risulta in diminuzione. É una voce che comprende alcune operazioni che gli enti locali, non possono compiere.

Come si spiega il forte aumento del ricorso al sistema creditizio?

Questo è un punto importante che coincide con il ruolo futuro della Cassa depositi e prestiti.

Già oggi l'istituto di via Gotto è meno importante per enti locali. Non è più la banca dei Comuni. La riforma della Cassa forse, andrà benissimo, ma a ,patto di discuterne. In ogni caso il fatto di rivolgersi al sistema bancario è stato salutato positivamente; è stato visto come una capacità degli enti locali di rivolgersi al mercato con maggiore elasticità.

I Comuni non sono fermi e fossilizzati nell'uso degli strumenti tradizionali, ma si rivolgono al mercato finanziario per avere strumenti più flessibili e aderenti al loro sistema di autofinanziamento.

"Più crediti dalle banche perché sta cambiando il ruolo della Cassa depositi"

In conclusione, i sindaci respingono ogni addebito? Anche per i servizi pubblici locali che non vengono liberalizzati?

Se qualcuno pensa che non ci sia disponibilità da parte nostra a esaminare soluzioni nuove si sbaglia. Però non possiamo accettare di essere giudicati scialacquatori. Cifre alla mano abbiamo dimostrato che la nostra spesa corrente tende a diminuire.

Non possiamo poi essere tacciati di conservatorismo sui servizi pubblici, quasi che a noi interessi mantenere il controllo sulle aziende per ragioni di sottogoverno. Siamo disposti a esaminare tutte le novità degli strumenti a nostra disposizione, ma non possiamo accettare che si rappresenti in modo distorto la realtà della stragrande maggioranza dei Comuni italiani. Senza contare che non siamo noi ad avere fatto la delega ambientale e l'articolo 14 del max -decreto. Se c'è confusione sul piano legislativo dipende dal Governo. Non dalle scelte dei Comuni. Noi cerchiamo solo di salvaguardare il patrimonio industriale che abbiamo ereditato e di impedirne la svendita anche in una logica di apertura ai privati. L'alternativa secca non è tra pubblicizzazione o privatizzazione. Ci possono essere altre forme di rapporti con i privati in una logica di cooperazione e integrazione. Di svendere fare cassa non ne parliamo nemmeno.

MARINO MASSARO

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Lo rileva l'Isae che punta il dito sulle regioni

ENTI LOCALI, DEFICIT PER GETTITO DEBOLE

DI GIOVANNI GALLI

E' la debolezza del gettito fiscale la prima causa del peggioramento per i conti degli enti locali. Lo rileva la nota mensile del l'Isae, che punta il dito soprattutto sui bilanci delle regioni.

Il deterioramento significativo del saldo finale è cominciato dopo il robusto miglioramento del 2000, con un indebitamento netto che ha sfiorato i 6 miliardi di euro nel 2002, pari al lo 0,5% del prodotto interno lordo.

Il saldo negativo, il più elevato in termini nominali dal1990, si è verificato "nonostante i rilevanti trasferimenti statali: del biennio 2000-2002 e non dipende", sottolinea l'Isae, "dall'andamento del settore sanitario. La situazione più grave riguarda le regioni, passate da un surplus di 3 miliardi di euro nel 2000 a un deficit superiore ai 2 miliardi nello scorso anno".

L'Isae avverte che il gettito complessivo generato dai tributi locali ""in senso stretto" si è addirittura ridotto in rapporto al prodotto interno lordo nel 2002.

La pressione fiscale locale è scesa dgl 4,87 al 4,83% „"diversamente da una percezione molto diffusa".

È l'Irap, secondo l'Istituto, il tributo che ha generato i maggiori problemi di entrata: "Quando, nel 2002, il gettito Irap ha vistosamente rallentato" rileva "ne ha sofferto l'intero prelievo locale".

Poco hanno potuto compensarlo l'Ici, le tasse auto, l'accisa regionale sulla benzina che "per loro natura sono poco dinamiche".

Le addizionali Irpef? Hanno seguito l'evoluzione dell'Irap, "avendo mostrato", prosegue la nota Isae, "una forte dinamica nel primo triennio ed una brusca decelerazione nel 2002".

I primi otto mesi di quest'anno denotano una ripresa di gettito, ma è ancora presto per "dedurne indicazioni forti circa la solidità".

Il monito dell'Isae riguarda quindi l'abbattimento dell'Irap programmato dal governo: "Una riduzione delle aliquote, Irap, non adeguatamente compensata da più elevate aliquote di altri tributi locali o dall'attribuzione di tributi erariali alla potestà impositiva locale o ancora dall'istituzione di nuove imposte locali", spiega l'Istituto, "non sembra prudente ai fini della salvaguardia degli equilibri complessivi di bilancio".